Santa Cecilia: l’inizio del Natale Tarantino


25 Novembre 2020

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A Taranto il Natale è un po’ più lungo rispetto alle altre città d’Italia. Se le festività natalizie generalmente scoccano per l’immacolata, tutt’al più a Santa Lucia, da noi c’è una data simbolica: il 22 novembre, Santa Cecilia.

A Taranto in questa ricorrenza si mischiano folklore e leggende, cristianesimo e puro amore per le festività, condivisione e musica, e naturalmente tanto tanto cibo, che prende la forma delle pettole, le pallozze tutte sdreuse (strane, in dialetto tarantino) che friggiamo alle prime luci dell’alba per svegliare i nostri figli nel migliore dei modi. In piena notte, la banda cittadina scivola lenta per le strade della nostra Taranto, suonando le melodie delle pastorali tarantine, la più famosa è quella di Giovanni Ippolito datata 1870, che prende ispirazione dal “tu scendi dalle stelle” di origine partenopea.

Diciamo che si sovrappongono tanti fatti, sulla storia di Santa Cecilia. Non si sa bene perché la banda passi ogni 22 novembre per le vie della città, non ci sono eventi storici ufficiali. Si dice che ogni novembre, nei secoli scorsi, venissero gli zampognari pastori a portare le loro greggi per la transumanza, dai pascoli abruzzesi e dauni, sino a Taranto. Loro suonavano, e la gente per contraccambiare gli regalava le pettole, queste frittelle fatte di acqua farina e lievito, niente di più e niente di meno.

Anche sulle pettole ci sono diverse storie, tipo si dice che una signora del borgo antico stesse preparando il pane, aveva fatto a puntino l’impasto. Poi è stata attratta dagli zampognari che suonavano, è scesa ad ascoltarli in mezzo alla strada e quando è rientrata l’impasto era andato in overload di lievitazione, diventando liquido e bolloso.

“E mò?” avrà pensato la signora.

Siccome all’epoca non si buttava davvero via niente, la signora si è messa a friggere la massa stralievitata, aiutandosi con un cucchiaio e con l’indice per spingere l’impasto (ormai diventato una pastella!) nella frizzola piena d’olio bollente. Vide che si gonfiavano, che risultavano morbide e leggere, saporite. Una pasta base cui si poteva abbinare qualsiasi cosa, dal sale allo zucchero passando al vincotto.

Oggi le pettole le facciamo di tutti i tipi, e vi scriverò la ricetta tradizionale a cui abbinare delle rivisitazioni ad effetto.

Di certo, è una festa che per noi tarantini significa tantissimo, al di là delle pettole che restano un architrave importante. Fa più freddo, fa buio prima, bisogna pensare a cosa regalare ai propri cari. In sostanza, iniziano i giorni natalizi. Nella mia famiglia si addobba l’albero di Natale a Santa Cecilia, mi ricordo quando andavamo con tutti i cugini dai nonni paterni a mettere le decorazioni. Io inizio a mettere anche le luci di natale fuori al balcone, che rimangono immancabilmente incollate alla ringhiera anche fino al 1° maggio causa pigrizia e dimenticanza.

Da Santa Cecilia in poi si scaldano i motori: Immacolata, Vigilia, Natale, Santo Stefano, Capodanno, Epifania. Diciamo che il 22 novembre, con fritto a caricatone, è la partitella di rifinitura prima delle giornate intense e decisive, almeno a livello alimentare. Lo sappiamo tutti che si arriva al 7 gennaio con una ventra (pancia!) grossa così!

Insomma, Santa Cecilia è il fischio d’inizio dell’arbitro prima di una finale di coppa, non so come altro spiegarlo. Scandisce il tempo delle cose. Abbiamo bisogno di tappe per fermarci e riflettere, visto che (lockdown a parte) conduciamo una vita fin troppo frenetica col piede sempre sull’acceleratore. Le feste di Natale alla fine servono a questo, al netto di critica al consumismo e retorica del “dovete essere buoni sempre non solo a natale” (ma va?). Servono davvero a guardarci intorno e a passare del tempo con le persone che consideriamo la nostra famiglia, genetica o di amicizia che sia. Oh poi lo so che ci sta il covid e non potremo allargare il giro dei “congiunti”, però almeno quando scrivo posso esprimere quello che voglio.

E dopo una chiusura del genere, non può che scattare l’immancabile meme:

“Ma come parli bene… ma ce t’pinz cà stam a Rai Un’ cà aqqua ao’ TG Nuestr stam!”