Il primo step: la vigilia dell’Immacolata


7 Dicembre 2020

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Come ho scritto nell’articolo su Santa Cecilia, il Natale tarantino è davvero lungo. Una maratona di convivialità, religione e enogastronomia. Il 22 novembre iniziano le danze con le pettole, con le pastorali tarantine e addobbando l’albero. La vigilia dell’Immacolata, il 7 dicembre, è una data comune su tutto il territorio nazionale. Si inizia a respirare l’odore vero del Natale, e fidatevi che riesce a superare anche le mascherine e i litri di amuchina.

Ma da noi a Taranto ha un sapore speciale. Parlando di storia e religione, noi tarantini siamo fortemente legati alla figura dell’Immacolata. Già soltanto la statua dell’Addolorata è il simbolo di questa città, nel bene e nel male, ma di questo ne parleremo a pasqua. Non molti sanno che l’Immacolata è patrona di Taranto, al pari di San Cataldo, dal 1943. La devozione per Maria nasce anche da alcuni fatti storici: nel ‘700 la città subì un terremoto e un maremoto (tsunami), senza mai riportare danni o vittime. Per i cittadini, era stata la Madonna a proteggere Taranto dalle disgrazie. Nella nostra città anche l’immagine di Maria è differente. La statua dell’Immacolata tarantina, infatti, ha i palmi delle mani giunti sul lato destro, e non sul petto come solitamente si ritrova nelle icone votive.

Al netto delle tradizioni religiose, nella mia famiglia la due giorni vigilia dell’Immacolata e 8 dicembre è sempre stata presa con serietà e rigore. Al pranzo della vigilia si digiunava, al massimo due verdurine per saziarsi. Un classico pinzimonio come piaceva alla mia nonna fiorentina.

A cena invece ci si riuniva nella vecchia casa dei miei nonni paterni, un appartamento elegante e vecchio stile sul lungomare di Taranto. Ci riunivamo tutti, mio padre Enzo ha due sorelle e un fratello e i rispettivi figli erano tanti, sicché diventava davvero un cenone a base di pesce. Niente carne, da tradizione, ma pesce in quantità! In cucina mia Nonna Maria faceva cuocere lentamente il sugo per condire i vermicelli con le cozze, come secondo avremmo preso dell’ottima frittura di pesce d’asporto dal ristorante che avevamo proprio sotto casa, l’ex Assassino, un posto che oggi non c’è più. Mangiavamo frutta secca per aprirci lo stomaco, qualcuno rubava tozzi di pane da centrotavola, c’era chi si appropriava della poltrona del nonno Feluccio e chi gironzolava nel suo studio privato.

“Ma quanto ci vuole?”

“Ma mi mettete più pasta a me?” diceva sempre Angelo, mio cugino, il pastarulo della famiglia.

La tavolata era sterminata, si aggiungevano assi su assi di legno, e dopo la frittura toccava alla tradizione della frutta: ci dovevano essere non meno di 11 diverse tipologie di frutto, come chiusura della cena! Anzi, a dire la verità dopo la frutta c’era spazio libero ai dolci, ossia i tipici sannacchiudere e le cartellate, e sulle piccole gemme decorate di zucchero colorato vi scriverò la ricetta!

Dopo aver sparecchiato veniva il lato ludico della vigilia: tovaglia di panno verde e si giocava! Tombola d’apertura obbligo totalizzante, poi si continuava con giri di saltacavallo e asso che fugge. Ricordo ancora il rumore delle cento lire nel piattino d’argento che sistemavamo in mezzo.

Bei ricordi, bei momenti. Questo sarà un Natale diverso, ma il momento è davvero delicato. Mi dispiacerà non poter ritrovare i miei cugini e gli zii e i nipoti, ma dobbiamo tutelarci e stringere i denti, inutile fare proclami di disperazione e di astio nei confronti di queste misure restrittive. Dobbiamo intostarci, come si dice a Taranto, farci la scorza dura e potenziare i sentimenti verso la nostra cerchia ristretta di famiglia.

Io, come ogni Vigilia, organizzerò un cenone doc per i miei tre figli, e pur in quattro riusciremo a divertirci e a sentirci più vicini.

Un abbraccio a tutti quanti voi che passerete il Natale lontano dall’ampio raggio familiare! Tenete, teniamo duro!