Il cuore che batte così veloce: memoriale della mia maratona a NYC


5 Novembre 2021

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Quattro anni fa, esattamente quattro anni fa, il 5 novembre 2017, ero a Staten Island, a Fort Wadsworth per essere precisi.

Il battello ci aveva raccolto sulla banchina, faceva davvero un freddo devastante. La luce non filtrava nemmeno, attraverso le nuvole lugubri che occupavano il cielo. Era troppo presto.

“I smellrain, fucksake” disse un inglese che si stringeva nel suo kway, a dispetto del retaggio british che vorrebbe i sudditi di sua maestà totalmente impassibili alle intemperie.

Attesa prima della partenza

Non mi interessava se potesse piovere o meno. Potevano cascare giù asteroidi, comete, ci poteva essere anche un attentato terroristico: io sarei arrivata al traguardo.

Non un traguardo qualunque. Un traguardo lontano 42 chilometri, dall’altra parte della città più bella, mastodontica, magica ed emozionante del mondo. Stavo per correre la mia prima maratona, la New York City Marathon.

Avevo passato una stagione estiva intensa in uno degli stabilimenti balneari più in voga della litoranea. Da head chef avevo tirato su una squadra di ragazzi con zero esperienza che fece un lavoro eccezionale: Lorenzo, mio figlio; Federica, una mia allieva delle scuole di formazione; Marlon e Nerissa, aiuto cuochi filippini; Enzo il mitico lavapiatti. Facevamo 250, 300 coperti in sei persone. Eravamo cazzuti, creativi, precisi, devoti. C’era una atmosfera bellissima in quel posto, perché anche in sala c’erano delle persone meravigliose. Stefano, Fabio, Marco, Mauro, dei punti cardinali indissolubili, ripartiti tra cassa, bancone e servizio al tavolo. Viene da sé che per affrontare una stagione da diecimila coperti in tre mesi e mezzo non riesci ad allenarti a dovere per una maratona.

Ma non c’era allenamento, ripetute sugli 800metri, allenamenti HIIT o di resistenza cardiovascolare che avrebbero potuto migliorare i muscoli più importanti, cuore e cervello. Ero completamente coinvolta nell’esperienza a New York. Desideravo con tutta me stessa regalarmi questo viaggio, ma soprattutto regalarlo ai miei figli Edo, Ricky e Lorenzo. Decisi infatti che li avrei voluti con me in America, ce lo meritavamo tutti. Ognuno di noi veniva fuori da una situazione personale un po’ turbolenta, travagliata. Tutti noi portavamo le nostre croci sulle spalle. Pensavo quindi che una sbalorditiva vacanza newyorkese ci avrebbe dato un’unione nuova, indissolubile, un’energia che aiutasse a scacciare i cattivi pensieri e le vibrazioni negative. Anche senza adeguata preparazione atletica, io DOVEVO arrivare in fondo al traguardo.

I giorni di New York furono tutti velati da un’atmosfera di magia. Arrivammo l’1 novembre, io avrei dovuto correre il 5. Quindi, in barba alla teoria del corridore maratoneta che deve allenarsi e mangiare equilibrato e rilassarsi, facemmo i turisti on the road a macinare chilometri su chilometri!

New York è una città assolutamente unica. Cammini per le sue strade e nonostante sia tutto gigantesco, a volte caotico, ti senti a casa. Senti di poterti unire al flusso creativo che circonda il Greenwich Village, percepisci la grandezza delle high street di Manhattan e la giovinezza che scivola via a Brooklyn. La metropolitana che è un ventre affusolato. Il Bronx con le facce segnate e sconvolte. Le modelle, i barboni, i portoricani, i ristoranti, è un sovraccarico emotivo totale. La canzone di Jay Z e Alicia Keys dice “Non c’è niente che non puoi fare a New York, le sue strade che ti faranno sentire come nuovo, le luci che ti ispireranno”. Quanto hanno ragione. Ovunque guardi sei colto da una sindrome di Stendhal. Respiri e ascolti, e c’è un odore, una sinfonia che non si possono spiegare a parole. Umanità. Calore. Asfalto. Luci. Sorrisi. Risate. Silenzi. Sgommate. Lingue. Combustione. Specchi. Neon. Vapore. Sirene. Tutto si unisce in un unicoCanto della Città di New York.

Girammo accompagnati dalla mitica guida Ricky Russo per Manhattan, visitammo Ellis Island e la Statua della Libertà, salimmo fino in cima all’Empire State Building, ci sfondammo di pastrami dal mitico Katz’s Deli nel segno di Harry Ti Presento Sally, facemmo una corsa a Central Park con colazione a seguire in un posto fighissimo davanti al laghetto delle anatre del Giovane Holden, Lorenzo che indossava la maglia del Taranto con tanto di scritta RAFFO a certificare la nostra indubbia tarantinità, e il mio amico Luca ci ospitò nel suo meraviglioso appartamento su Columbus Circle. Una sera io e Lorenzo andammo a bere allo Skylarch, un rooftop pazzesco con vista su tutta New York, un’altra sera a sfondarci di asianfoodsupertosto vietnamita fusion.

“Mamma, io voglio vivere qui” diceva Edoardo ad ogni passo che facevamo sui marciapiedi ciclopici di NY “Farò di tutto per tornarci a vivere per sempre quando sarò grande”.

Il giorno della Maratona arrivò presto. Ed ero alla linea di partenza. La mia casacca era geolocalizzata, cosicché Lorenzo, Edo e Ricky avrebbero potuto seguire il mio percorso e aspettarmi a Central Park, dove avrei potuto vederli anche solo per una frazione di secondo prima di concludere la maratona.

Ma fu davvero tosta. Il Ponte di Verrazzano fu subito uno spezzagambe. Forse l’agitazione, l’emozione, ma sentivo le gambe cedermi, quasi vomitare. Tutta la parte di Brooklyn fu un massacro per me. Mi sentivo mancare. Forse non dovevo mangiare tutto quel pastrami, ieri, cazzo Vale!, pensavo. Poi però mi scattò dentro qualcosa. Osservai la mia maglia tecnica: VALENTINA MUM OF 3. Mi venne la pelle d’oca. Iniziai a macinare chilometri. Pensavo ai miei figli (che  nel frattempo erano allo Zoo del Bronx), ai sacrifici fatti per essere qui ed ora, al dolore degli eventi del passato, al culo che mi ero fatta tutta l’estate in quella fottuta cucina con le piastrelle bianche, ai miei genitori, alla mia famiglia, ai miei eroi sportivi. Non potevo mollare. Non era previsto che io mollassi, non c’era questa opzione. Sarei arrivata anche in ginocchio, ma sarei arrivata.

“Come on! Come on baby don’tquite right here!” mi urlava la folla. Era bellissimo. I newyorkesi suonavano, tifavano per noi, non lasciavano indietro nessuno. Se avessi potuto fermarmi, li avrei abbracciati tutti.

Il Queens riuscii a superarlo abbastanza bene, con buona pace di Peter Parker aka Spiderman. Il dramma fu quando mi resi conto che avremmo dovuto spaccarci per tutta Manhattan, salire fino al Bronx, e tornare indietro. Crampi alle gambe. Fame. Mi dovevo fermare.

“Datemi qualcosa da mangiare!” dissi a uno dei corner allestiti per supportare gli atleti. Mi lanciarono dei salatini. Bevvi, mi rifocillai, ripartii.

Continuai a correre. Dovevo correre. Non pensavo a nulla, ingoiavo ogni atomo e ogni particella di aria newyorkese, mi guardavo intorno per darmi forza. Mi dicevo Vale, cazzo Vale, vedi dove sei. Vedi cosa stai facendo. Renditi conto. Non sputtanare tutto. Continua.

E continuai.

Ad Harlem fu bellissimo. Tutta la comunità nera ballava, suonava sassofoni, cantavano a ritmo jazz e r’n’b, era una parata nella maratona. Era come stare al Blue Note, ma correndo a cannone tra la 135esima e la 125esima strada.

Finalmente entrai nella scintillante 5th avenue. Dovevo stringere i denti ancora un poco. Chissà dove erano Lorenzo, Edo e Ricky. Chissà se li avrei visti.

“ECCOLA!”

“ECCO LA MAMMA!”

“DAI MAMMA DAI”

“FORZA MAMMA FORZA MAMMA!”

Quei pazzi erano addossati a una transenna di acciaio proprio prima della curva definitiva, all’angolo con la 59esima strada. Vidi che Lorenzo sventolava una roba tipo un cartellino di plastica. Ero letteralmente scarica, ma vedere i miei tre figli lì, a gridare per me, a incitarmi manco fossero un gruppo ultrà, mi diede una scarica di adrenalina.

“VAI MAMMA CORRIAMO CON TE FINO ALLA FINE!!!”

E corsero davvero. Quel cartellino era un pass per l’Area Vip che, avrei scoperto dopo, Lorenzo aveva recuperato appoggiato al corrimano della stazione metro di ColumubsCircle.

Correre con loro di fianco a me gli ultimi metri della New York City Marathon è stato qualcosa di incredibile e indescrivibile.  Ero quasi morta. Scoppiai a piangere appena varcato il traguardo. L’avevo detto, e l’avevo fatto. Avevo completato la mia prima maratona. Con i miei figli. Dopo tutte le avversità.

Ci incontrammo dopo un po’, fuori da Central Park. Ero avvolta in una termocoperta, sconvolta, ma felice come mai nella vita. Non so nemmeno che tempo avevo fatto, non mi interessava. Ero semplicemente felice. Festeggiammo la sera in una Steakhouse pazzesca, Del Frisco’s, dove praticamente mancava poco che mi mangiassi anche il povero lacchè che ci serviva le patate tartufate come contorno.

Poi, io e i bimbi scattammo una foto simbolica. Soggetto: la mia medaglia della maratona, pesante e compiaciuta, e le nostre quattro mani a tenerla. C’è tutto, lì, in uno scatto. Amore, New York, Famiglia, Fatica, Successo, Dedizione, anche un bel po’ di Follia.

Insieme al Cotswolds, il viaggio a New York e la Maratona del 2017 sono le esperienze più potenti, emotivamente parlando, che abbia mai fatto. E quando ne parlo con Lorenzo, con Edo e con Ricky, mi rendo conto che abbiamo cementato un legame indissolubile in quel viaggio. Me ne rendo conto perché sorridono sempre nel momento in cui riavviamo il nastro dei ricordi. I sorrisi non mentono, quando coinvolgono occhi, cuore, braccia. E ridiamo, sorridiamo tutti, quando parliamo del viaggio a New York.

Ci ripenso ancora oggi a New York, alla Maratona, all’esperienza totale. E il cuore mi batte così veloce. Come fossi innamorata.

Fabulous 4 !